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Enrico De Alessandri, Comunione e liberazione: assalto al potere in Lombardia, Lecce, Bepress, 2010, pp. 130

Il sonno della sinistra genera mostri. Uno dei peggiori è CL. Il libro di De Alessandri ne documenta sia la natura autoritaria sia l’occupazione della macchina regionale lombarda, della sanità pubblica e privata, degli enti preposti alle infrastrutture, dei mass media e del mondo della piccola impresa. Il principale terreno di caccia di quella che De Alessandri considera una setta è rappresentato dalla scuola, nei confronti della quale CL ha un suo progetto di privatizzazione. Dalla scuola provengono le giovani leve, reclutate nell’insicurezza e nelle oscillazioni dell’adolescenza e subito avviate a un rigido indottrinamento che mira a farne i futuri fedeli esecutori delle decisioni di un vertice chiuso e ristretto. La compattezza e la rapidità di azione sono le armi che hanno consentito a CL di mettere le mani su nomine, appalti, consulenze e su un fiume di sussidi pubblici. CL si proclama “associazione ecclesiale”. Ebbene, non esiste nel mondo capitalistico nessun caso simile di un’organizzazione religiosa di natura settaria a cui sia consentito determinare le sorti di una delle più ricche regioni d’Europa e manovrare tanto ingenti flussi del denaro di tutti.
Se in questi ultimi quindici anni molti avessero trovato il coraggio dell’autore, le cose sarebbero sicuramente andate in modo diverso. Intanto, a Novara, la CdO dell’Alto Milanese apre un’elegante sede di rappresentanza in via Tornielli e, dopo i graziosi omaggi recati dal presidente della Provincia all’ultimo meeting di Rimini, si prepara a raccogliere i frutti della “sussidiarietà”, cioè i finanziamenti pubblici alle private imprese cielline. In questo modo, i tentacoli del modello lombardo potrebbe iniziare ad allungarsi al di là del Ticino. Dopo questo libro, nessuno potrà dire: “Non lo immaginavo, non lo sapevo”.

Il libro di De Alessandri è un utile manuale di autodifesa civile ma anche una testimonianza del coraggio dell’autore. Già direttore del Centro Emoderivati lombardo, uno dei fiori all’occhiello della sanità milanese calpestato e distrutto dall’insaziabile sete di potere di CL, non si è arreso. Non si è fermato davanti alle porte che gli editori gli hanno puntualmente sbattuto in faccia. Ha scarpinato fino all’estrema punta meridionale della penisola per trovare una casa editrice libera disponibile a stampare il suo atto di accusa contro CL: la Bepress di Lecce. Dopo la pubblicazione del libro, è stato immediatamente colpito dalla rappresaglia dei fedelissimi di Formigoni e punito con la sanzione disciplinare della sospensione dal lavoro.
Dalle pagine di De Alessandri, veniamo prima di tutto a conoscere la principale dote di CL e dei suoi aderenti: la modestia. Infatti, la loro convinzione più granitica, inattaccabile dal tempo e perfino dagli acidi, è quella di avere, anzi di essere la verità, l’unica verità, quella assoluta. Con la formidabile macchina organizzativa nata da una costola di don Giussani, ritorna anche un modello di chiesa che vanta solide e mai recise radici nella “padania” medievale: quello di una moderna simonia, l’arte sopraffina, inventata altrove da Simon Mago, di fare affari con la religione. L’universo celestiale di CL si presenta come una forma di governo che non ha pari sulla terra: pur avendo il peso elettorale inferiore a quello di un gruppuscolo extraparlamentare (stimato intorno al 5% del bacino elettorale del PdL, cioè circa 68 mila voti, nemmeno l’1% dei 7.694.756 elettori lombardi!) determina il governo di una delle regioni più ricche d’Europa e manovra un enorme flusso di denaro pari a 20 miliardi di euro ogni anno. De Alessandri la definisce una setta e ne individua i tratti comuni con la sorellona fondamentalista americana della Moral Majority, un impero finanziario di ben 60 milioni di dollari, il quale però – è bene precisare – non si sogna nemmeno di mettersi a carico del contribuente USA. La sua analisi si avvale dei più documentati studi italiani su CL (Abruzzese, Damilano, Marzano, Ottaviano), delle stimolanti riflessioni in particolare di Franz Neumann e Hannah Arendt e delle migliori indagini internazionali, quali l’equilibrato rapporto Guyard, che muove dal presupposto garantista secondo cui “non tutti i movimenti che vengono definiti sette, sono pericolosi”.
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Ciellini si nasce o si diventa? Da sempre (CL nasce dalle ceneri di Gioventù Studentesca), il suo principale terreno di reclutamento è rappresentato dalle scuole medie superiori. Qui, i futuri adepti vengono colti in condizione di fragilità, nel pieno della crisi adolescenziale e, sotto il controllo ferreo di insegnanti, “educatori” e assistenti, sono avviati su di un percorso durante il quale smarriranno la loro autonomia critica e impareranno a obbedire disciplinatamente ai precetti ciellini. Il pluralismo e la diversità di opinione sono considerati pericolosi nemici. La setta dice quali autori leggere (quelli dello “spirito cristiano”, per esempio, Dostoevskij) e quali no (per esempio, Tolstoj), quale musica ascoltare (per esempio, Mozart) e quale no (per esempio, Schubert), quali amici frequentare, dove vivere e abitare, come organizzare i ritmi della giornata, quando pregare e quando andare in vacanza, quando ci saranno le uscite comuni e quando le giornate mensili d’incontro con altre comunità, come parlare e quale linguaggio usare ecc. Con tutto ciò, CL non produce una propria cultura ma solo un’incessante e petulante ronzio critico contro tutti e tutto ciò che giudica secolare, scientista, moderno o semplicemente contrario ai suoi affari e quindi nemico.
Il punto di riferimento per l’adepto è la “comunità”. All’interno dell’organizzazione possono essere presenti divisioni e segmentazioni per categorie professionali e per gruppi dirigenti. Tuttavia, non esistono momenti di partecipazione formale alla vita dell’associazione come una campagna di tesseramento, un congresso, delle elezioni interne, né tantomeno c’è un’architettura organizzativa chiara, certa e pubblicamente visibile. Come tutte le verità assolute, CL ama celarsi dietro una natura liquida e movimentista e ammantarsi di segretezza e mistero. In questo modo, può evitare il fastidioso incomodo di adottare quelle procedure più o meno democratiche che in genere sono presenti all’interno delle organizzazioni. Di fatto, il suo gruppo dirigente è a numero chiuso. Tutto è deciso dal vertice della setta, il corpo scelto di circa 1600 Memores Domini (i postulanti che fanno ressa sulla porta per entrare sono invece intorno ai 400). Fondato nel 1964 da don Giussani, il “gruppo adulto” (così sono anche chiamati i Memores) fa proprie le regole di silenzio, preghiera, obbedienza, povertà e castità. Conduce vita comunitaria in case abitate da piccoli gruppi femminili o maschili. Possiede una propria autonomia finanziaria, assicurata dal 1992 al 2001 dalla famosa Fondazione MemAlfa che aveva sede nel paradiso fiscale di Vaduz.
Come il sindaco di Adro Lancini non prende ordini dallo stato borghese che egli rappresenta ma solo da Bossi, allo stesso modo, il ciellino non riconosce nessuna logica, nessuna legge e nessuna morale che non sia quella di CL. Le tensioni personali ed interne sono continuamente scaricate sul “nemico” esterno in modo da rafforzare la coesione del gruppo. La barriera protettiva e la sicurezza economica, che questo è in grado di assicurare ai singoli adepti, forgiano una struttura disciplinata, un’organizzazione ferrea e generano una capacità d’azione coordinata e simultanea. Colpire senza discutere, colpire insieme, colpire rapidamente nel momento prescelto: in questa tremenda efficienza burocratica, sta la forza di CL.
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Una mappa del potere ciellino in Lombardia. L’attuale potenza di CL non esisterebbe senza i soldi dello stato. La fonte di approvvigionamento e il cuore del potere di CL pertanto è rappresentato dal Pirellone e dalla presidenza della Regione Lombardia che Formigoni detiene ininterrottamente dal 1995. CL controlla inoltre gli assessorati alla Famiglia (Giulio Boscagli) e alle Finanze (Romano Colozzi) e la delega ai Rapporti Internazionali (Roby Ronza). La Regione dispone infatti di 24 uffici di rappresentanza sparsi per il mondo e conduce qualcosa di molto simile a una politica estera in proprio a cui CL, presente coi suoi Memores in molti paesi, è ovviamente interessatissima. I vertici dell’apparato regionale sono stati via via decapitati e sostituiti con esponenti di CL. Il segretario generale, prima carica della burocrazia regionale, è il fedelissimo Nicolamaria Sanese, storico organizzatore del meeting di Rimini. Raffaele Cattaneo, autentico recordman di poltrone, è il sottosegretario regionale, l’assessore alle Infrastrutture, il presidente del Consiglio di Sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa e di Lombardia Informatica, componente del CdA della SEA.
Parallelamente alle istituzioni regionali, il potere ciellino si è saldamente piazzato nella sanità pubblica e privata. All’Ospedale di Niguarda, sono ciellini il direttore generale Pasquale Cannatelli, il direttore amministrativo Marco Trivelli, quello sanitario Luca Munari, poi sostituito da Carlo Nicora, i capi di dipartimento e i primari dei principali reparti. Quasi tutti i ginecologi sono antiabortisti e obiettori. Di conseguenza, le pazienti che si avvalgono di un intervento garantito e tutelato dalle leggi dello stato devono subire vere e proprie pratiche umilianti e respirare, in uno dei momenti più drammatici della loro esistenza, l’aria ammorbata di un clima ostile.
Se non si è ciellini, pare non si diventi primari e non si faccia carriera. Gli altri si adeguano. Nessuno parla, se non con la garanzia dell’anonimato, per paura delle ritorsioni. Un’ispezione ministeriale ha portato alla raccolta di un dossier relativo alla triade su cui si basa lo strapotere ciellino del Niguarda: nomine, appalti e consulenze.
La penetrazione nell’intero sistema sanitario lombardo (ospedali e fondazioni) è capillare da Lecco a Monza, da Mantova al S. Matteo di Pavia, dalla Mangiagalli all’Istituto Tumori, dal Besta al polo geriatrico di Cinisello e a quello riabilitativo, le creature di Guido Della Frera, già diretto collaboratore del governatore lombardo. L’obiettivo a medio termine è la realizzazione del colossale progetto della “città della salute” di Milano, un affare di 520 milioni di euro.
Nomine, appalti, accrediti e consulenze rappresentano al tempo stesso le chiavi di accesso e le garanzie di fedeltà al sistema di potere ciellino. Le nomine tecniche dei primari, per esempio, sono di competenza dei direttori generali i quali sono scelti dai politici e, quindi, fanno quello che il politico decide. Una commissione tecnica propone un elenco di candidati al primariato e li presenta tutti alla pari, verificandone solo il possesso dei requisiti generali. Il direttore, in piena libertà, effettua la scelta. La sua discrezionalità è massima e tutti tentativi di impugnare le nomine effettuate davanti alla magistratura si sono conclusi con un insuccesso da parte degli esclusi. Anche la scelta dei manager è politica e, di conseguenza, la loro posizione nei confronti della politica è particolarmente debole. Dietro al mercato delle nomine, vengono poi i piatti appetitosi delle convenzioni sanitarie col privato, degli appalti, degli accrediti, dell’assegnazione di incarichi e consulenze. Naturalmente, non è necessario insistere sul fatto che in questa orgia di potere e soldi emergano anche sistematici intrecci di parentela tra controllori e controllati.
Un altro settore nevralgico colonizzato da CL è quello delle infrastrutture, la cui importanza per la penetrazione nel mondo dell’economia è strategica. La principale partecipata lombarda, la Infrastrutture Lombarde SpA, è personalmente controllata dal governatore e nel suo CdA siede Della Frera. L’Ente Fiera è stato presieduto da Luigi Roth. Il parlamentare Maurizio Lupi invece è nel CdA di Fiera Milano Congressi, la cui presidenza è sempre ciellina. La GE.FI, la società fieristica privata di CL e della CdO, viene puntualmente e abbondantemente finanziata dalla Regione Lombardia che, negli ultimi sette anni, ha versato nelle casse del meeting di Rimini qualcosa come un milione di euro. I tentacoli ciellini raggiungono poi le Ferrovie Nord, Malpensa Express, numerose agenzie di formazione e una marea di enti regionali destinatari di un imponente, continuo e crescente flusso di finanziamenti pubblici dell’ordine di centinaia di milioni di euro. Anche la situazione urbanistica di Milano è controllata da CL che esprime l’assessore all’urbanistica Carlo Masseroli.
La Compagnia delle Opere, 31 mila imprese in genere di piccole e medie dimensioni e di cui un migliaio no profit, rappresenta il braccio economico. Tanto ermetica e impenetrabile sul fronte ideologico e politico, CL è sorprendentemente apertissima sul fronte degli affari che fa proprio con tutti, anche con la Coop, che concede i suoi spazi per le raccolte dei “banchi”, perfino con Saddam, come dimostra lo scandalo Oil for food. Il cavallo di Troia, utilizzato per allargare il giro d’affari, vincere resistenze e intavolare sempre nuovi rapporti con le amministrazioni pubbliche (leggi sussidi e finanziamenti), è un principio di sussidiarietà debitamente corretto. Consiste nel togliere al pubblico per dare al privato a vantaggio di pochi, cioè i famelici organismi privati, le associazioni e le cooperative che fanno capo a CL. Più società, cioè più CL, e meno stato, cioè meno soldi nel bilancio pubblico, è lo slogan: una testa d’ariete per distruggere le mura già fragili della laicità e della “neutralità” dello stato. Come in tutti i movimenti integralisti, anche per CL non esiste alcuna distinzione tra i piani della fede, della politica e dell’economia, fino a lambire i vertici del sistema bancario. Così troviamo Roth nel Cda della Cariferrara e alla presidenza della BP di Roma, mentre ben presidiata risulta la BP di Milano.
Una massiccia presenza nel mondo delle comunicazioni di massa protegge i fianchi, difende e sostiene la penetrazione dell’associazione ecclesiale. Lo stesso Roth è opinionista di quotidiani economici e generali e un drappello di giornalisti fedele a CL è saldamente insediato nelle redazioni dei media più influenti, delle televisioni private e pubbliche e dei maggiori quotidiani.
La scuola, come abbiamo visto, rappresenta il terreno primario di reclutamento delle nuove leve, l’investimento per il futuro e lo snodo strategico della sopravvivenza e dell’espansione di CL. Anche qui vale il principio di “sussidiarietà” che si traduce nella sostanza nella privatizzazione della scuola sia attraverso cooperative che ne gestiscono i diversi momenti educativi sia attraverso la creazione di un autonomo sistema d’istruzione. La Fondazione Charis di Crema ha ricevuto ben 4,5 milioni di euro dalla Regione per realizzare una cittadella della cultura, cioè un grande polo di scuola privata cattolica ciellina che comprende tutti gli ordini di scuole dalle materne al liceo.
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Una considerazione conclusiva. Un aspetto carente o poco sviluppato del lavoro di De Alessandri è lo scavo sulle basi materiali del successo ciellino e sulla composizione sociale dell’associazione. Indubbiamente, questa setta ha trovata terreno favorevole e ha potuto prosperare nella passività ormai generalizzata della politica e della società civile. Il livello di potere raggiunto misura non solo la ritirata delle sinistre e la sconfitta del movimento operaio ma anche il fallimento e la resa di quel liberalismo, bandiera degli eroi borghesi degli scorsi decenni, ormai ridotto a ferrovecchio arrugginito dalle dinamiche selvagge del mercato neoliberista e globale. CL è proliferata sulle macerie della “crisi delle ideologie” e sui ruderi del crollo delle forme partito tradizionali. Le sue ambiguità, l’integralismo schermato da un’incessante censura contro tutto e contro tutti, l’equivoco di una critica al sistema, ai monopoli, alle corporazioni, ben rappresentato dalla linea editoriale della Jaca Book, sono risultati alla fine altrettante carte vincenti.
A proposito della natura chiaramente settaria di CL, tornano alla mente le parole di Gramsci sulla massoneria. Il pensatore comunista la rappresentava come “l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo”, ma una classe borghese tra le più arretrate e retrive del capitalismo occidentale, incapace perfino di adattarsi a quel minimo di finzione rappresentata dalla democrazia parlamentare. CL rappresenta un impasto ancora meno dominabile e decifrabile di quello di cent’anni fa, il quale almeno aveva il pregio di una rigorosa laicità. Uguale rimane invece il vizio della nostra borghesia di risolvere i conflitti in maniera violenta e autoritaria. Su questo fronte, i modelli estremi offerti dalla politica della crisi sono molteplici e vanno dal berlusconismo al settarismo, dall’integralismo religioso alla militarizzazione del territorio, dal neonazismo al razzismo padano. Come serpenti in un pozzo, queste tendenze si agitano, si avvolgono l’una sull’altra, si combattono. Ai comunisti, i compiti di rigorosa analisi e di ricostruzione di un’opposizione in grado di combatterli efficacemente.

28 settembre 2010

Mario Frau, La Coop non sei tu. La mutazione genetica delle Coop: dal solidarismo alle scalate bancarie, Editori Riuniti, 2010, pp. 492

Il libro di Mario Frau documenta in modo dettagliato la degenerazione del sistema cooperativo italiano e, in particolare, della cooperazione di consumo “rossa” piemontese che ne rappresenta una parte di assoluto rilievo. Lotte di potere, nepotismo, incompetenza, lottizzazioni di corrente e favori di partito; burocratismo e stipendi dirigenziali d’oro; privilegi fiscali, speculazioni finanziarie e scalate bancarie; politiche di desindacalizzazione e precarizzazione dei lavoratori; emarginazione della base sociale e mancanza di democrazia; filosofie aziendali, politiche dei prezzi e marketing sociali in tutto e per tutto uguali a quelli praticati dai grandi gruppi capitalistici come Esselunga, Bennet e Carrefour: ben poco manca al circostanziato atto di accusa dell’ex manager Coop. In più, il lettore novarese ritroverà alcune vecchie conoscenze del calibro di Malerba, Leone, Merusi, Pagani, ...continua a leggere "LA COOP NON SEI TU? MA LO SAPEVAMO GIÀ / Reprint"

Di militanza e violenza, di sconfitta e memoria parla l’ultimo libro di Giovanni De Luna, edito lo scorso ottobre da Feltrinelli. La riflessione dell’autorevole contemporaneista torinese attraversa gli avvenimenti e i nodi del decennio compreso tra l’autunno caldo e i 35 giorni della FIAT nel tentativo di cogliere i motivi profondi di una sconfitta di proporzioni storiche sia dei movimenti, che da quella stagione furono generati, sia delle formazioni politiche della sinistra. Una lettura dunque in parte cronologica e in parte tematica che si basa sulla scelta di dividere gli anni Settanta in due lustri: uno iniziale creativo, innovativo e solare e uno successivo, avvitato su se stesso, dalle tinte fosche e plumbee. La stessa espressione “anni di piombo” ha finito col condizionare negativamente la visione e la rappresentazione di tutta quella fase della storia recente. Invece, per De Luna è necessario riscoprire la complessità e l’intensità di quel passato “che non passa” e che ha finito col lasciare dietro di sé una lunga e dolorosa scia di sangue, divisioni e problemi irrisolti, non ultimi quelli rappresentati dalle “patologie” e dalle “anomalie” che inquinano la democrazia del Belpaese. ...continua a leggere "LE RAGIONI DI UN DECENNIO (1969-1979) / Reprint"

Berlino, capitale della Repubblica di Weimar (1918-1933) e quindi del Terzo Reich (1933-1945), fu sottoposta a intensi bombardamenti e fu teatro di una delle battaglie conclusive del secondo conflitto mondiale. Attorno alla città, che era arrivata a contare 4,3 milioni di abitanti, ancora oggi sorgono le colline artificiali realizzate con le macerie delle distruzioni belliche.
1945: Nella Conferenza di Yalta, i cui lavori si svolgono dal 4 all’11 febbraio, URSS, USA e Gran Bretagna decidono la smilitarizzazione e la divisione della Germania in quattro zone di occupazione. Il 16 aprile, inizia la battaglia di Berlino. Il 30 aprile, Hitler si uccide in un bunker della Cancelleria e pertanto, il 7 maggio, spetta al successore, ammiraglio Doenitz, firmare la capitolazione che pone fine alla guerra. ...continua a leggere "IL MURO DI BERLINO: UNA CRONOLOGIA / Reprint"

ATTENZIONE: UCCIDE SILENZIOSAMENTE

L’esposizione, l’ingestione e l’inalazione di fibre di amianto, un minerale fibroso e inerte che presenta un’alta resistenza sia al calore sia a vari agenti chimici, comportano il rischio di ammalarsi di asbestosi, di carcinoma polmonare e di mesotelioma pleurico, una neoplasia difficilmente curabile che porta alla morte per soffocamento. La relazione tra queste malattie delle vie respiratorie e l’amianto è stata definitivamente accertata dalla comunità scientifica internazionale tra il 1955 e il 1960, quindi mezzo secolo fa. Mentre è sufficiente un breve periodo di esposizione alla sostanza cancerogena, i danni per la salute si possono manifestare dopo periodi di tempo molto lunghi, compresi tra i dieci e i 40 anni.
Nel XX secolo, l’amianto, facilmente lavorabile, ha trovato applicazioni in numerosissime attività industriali. Nel campo dell’edilizia, fu usatissimo l’eternit, un impasto di cemento e amianto la cui produzione iniziò nel 1903. In eternit, sono ...continua a leggere "AMIANTO: IL SERIAL KILLER DEL CAPITALE / Reprint"

Il 13 ottobre 1909, l’anarchico Francisco Ferrer veniva fucilato nella fortezza di Montjuich a Barcellona con l’accusa di essere stato l’ispiratore della rivolta popolare della “Settimana tragica”. Arrestato il 31 agosto, negli ultimi giorni dell’insurrezione, fu trascinato davanti al tribunale militare, sottoposto a un giudizio sbrigativo, durante il quale furono prodotte a suo carico prove artefatte, e condannato a morte insieme ad altri compagni individuati come i capi della rivolta.
In realtà, la Settimana tragica prese l’avvio da un significativo e nobile gesto antimilitarista: il 26 luglio, i soldati di stanza a Barcellona, quasi tutti provenienti dalle classi più povere del Paese, si rifiutarono di imbarcarsi per il Marocco e di andare a morire per estendere la colonizzazione spagnola in Africa, nel Río de Oro. La popolazione catalana solidarizzò in massa con gli obiettori e, a loro sostegno, fu ...continua a leggere "CENT’ANNI DOPO: VIVA FERRER SIEMPRE! / Reprint"

Ivan Della Mea ci ha lasciati. È morto nel letto di un ospedale di Milano venerdì scorso. Nato a Lucca il 16 ottobre 1940, si era presto trasferito a Milano dove, nel 1962, era stato tra i fondatori del Nuovo Canzoniere Italiano. Ha attraversato l’intera stagione delle grandi lotte degli anni Sessanta, che ricordava come “anni di vita piena , di spettacoli, dischi, discussioni in quella nave dei folli messa insieme da Gianni Bosio”, e Settanta. Interprete sensibile di una sinistra libertaria, lui, toscano di origine, non aveva esitato a cimentarsi con il dialetto milanese, la lingua della classe operaia, del proletariato e delle osterie, in canzoni come “Sent un po’ Gioan te se ricordet”, “La cansun del navili”, “El me gatt”. Alcuni dei suoi brani sono stati la colonna sonora delle lotte di quegli anni e i suoi spettacoli hanno accompagnato il percorso culturale e politico della sinistra e del movimento operaio. Dal 1985, era ...continua a leggere "SENT UN PO’ IVAN TE SE RICORDET / Reprint"

Abigaille Zanetta nacque a Suno Novarese il 18 maggio 1875 dal notaio Bartolomeo Zanetta, originario di Maggiora, e da Filomena Neri di Varallo Sesia. Il padre, dal 1867 segretario comunale a Suno e poi anche pretore mandamentale a Momo, era un libero spirito garibaldino e un appassionato archeologo, la cui opera fu determinante sia nell’allestimento nel 1875 del Museo Patrio di Suno sia negli studi di Giuseppe Ravizza. La madre invece era figlia primogenita di una famiglia valsesiana benestante che possedeva diverse attività imprenditoriali tra cui una filanda e fornaci di calce e laterizi. Filomena morì nel dicembre 1884, quando Abigaille aveva nove anni e la sorella Erminia tre di più.
Fu forse la madre, donna di saldi principi religiosi, a pensare per la secondogenita il nome della saggia e bellissima compagna dello stolto Nabal, divenuta poi moglie di re David, le cui vicende sono narrate nel Libro di Samuele I. Abigaille, per tutti affettuosamente “Ille”, frequentò la scuola elementare del paese (allora, oltre ai normali corsi maschile, femminile, vi erano la scuola serale per gli adulti e quella festiva per le donne) a diretto contatto con la realtà sociale dei contadini.
Suno viveva in quegli anni una fase di sviluppo e di profonde trasformazioni sociali. La popolazione era in rapida crescita e raggiungeva nel 1871 i 3300 abitanti. Il comune, per far fronte ai buchi di bilancio, aveva venduto le proprietà terriere dividendole in piccoli lotti tra i contadini poveri a cui aveva concesso particolari agevolazioni per i pagamenti. Queste terre erano in buona parte gerbidi e incolti e i nuovi proprietari s’impegnarono in un durissimo e ingrato lavoro per dissodarle e renderle produttive. Accanto a queste piccole proprietà rimanevano comunque ancora vasti appezzamenti che appartenevano ai Borromeo e all’Ospedale Maggiore di Novara. L’arrivo della ferrovia aveva innescato nel notabilato locale un prurito di progresso e un desiderio di ammodernare un paese che stava ancora uscendo da una situazione di arretratezza sociale in cui non difettavano residui e appendizi di chiara natura feudale.
Per quanto i liberali progressisti avessero pensato all’istituzione di una società di mutuo soccorso, solo nel 1891 troviamo la testimonianza dell’attività di una Società Cooperativa di Consumo di cui parla Salvatore Fenicia nel suo fondamentale scritto del 1901 “La cooperazione in Piemonte”. Dunque, durante l’infanzia e l’adolescenza trascorsa a Suno, Ille non ebbe rapporti col movimento socialista. Infatti, il socialismo nel centro agricolo piemontese si affermò più tardi, dopo la sua partenza, dal 1902, quando sorsero prima la Lega dei Lavoratori della Terra e la Sezione Socialista e poi il Circolo Operaio Agricolo “Unione e Fratellanza”. Nel giugno 1902, ci furono i primi socialisti eletti nel Consiglio Comunale: Giuseppe Reggiore, Pietro Visconti, Genesio Mazzola e Carlo Foradini, questi ultimi della frazione della Baraggia.

“Ille” seguì le orme della sorella Erminia dedicandosi agli studi magistrali. Il periodo scolastico richiese alle due ragazze un forte impegno personale, senso di responsabilità, molti sacrifici e anche la necessità di contrarre debiti che poi, piano piano, restituirono quando iniziarono a lavorare.
Abigaille, nel 1891, frequenta il Convitto Scuola Normale di Vercelli, dove si era già diplomata la sorella. Completati gli studi, lavora per due anni all’asilo di Maggiora. Dal 1894 al 1898, insegna a Torino nella Scuola Internazionale, un istituto privato finanziato da imprenditori italiani e stranieri, svizzeri e tedeschi, dove ha modo di entrare in contatto con una mentalità più aperta, più libera e ben diversa dal soffocante conservatorismo che attanagliava la scuola e la società umbertine. Nel 1898, si trasferisce nel Pensionato “La Printanière” (La Primaverile) sul Lago di Ginevra a Veyteaux-Chillon. Qui conosce il fuoriuscito russo conte Schulemenicov che sosteneva una scuola per emigrati italiani. Quell’anno, fu certamente uno dei più drammatici nella storia dell’emigrazione italiana, funestato dalla carestia, dalla disoccupazione e dalle notizie delle stragi effettuate dall’esercito mandato con i cannoni di Bava Beccaris contro la popolazione milanese inerme che protestava per la mancanza del pane. Nel 1899, Ille ritorna in Italia per affrontare il concorso magistrale che supera brillantemente, diventando maestra nelle Scuole Comunali di Milano dal 1 gennaio 1901.
Il lavoro ebbe sempre un’importanza capitale nella vita di Abigaille e seguitò a occupare una posizione assolutamente prioritaria anche quando lei iniziò la militanza politica e sindacale. Come era nella mentalità di quell’aristocrazia operaia che ancora durante l’epoca giolittiana costituiva il nerbo del Partito Socialista, la moralità di Ille imponeva pari impegno e rigore sia nel lavoro sia nell’attività politica: non si poteva essere buoni socialisti se non si conquistava allo stesso tempo la stima professionale e il rispetto dei compagni di lavoro. Le condizioni della categoria magistrale erano, allora come in buona parte oggi, penose. In un articolo comparso sulla “Cooperazione Italiana” del 1909, sono rappresentate da Abigaille con due rapidi tratti: da un lato, le “disastrose condizioni morali, economiche e didattiche”, che costringono le maestre “a vegetare – soprattutto fuori dai grandi centri urbani” e, dall’altro, “le troppe mummie diplomate che sono ancora incassate nelle cattedre della Scuola Normale”. Tanto per riportare qualche dato concreto, gli stipendi, sempre miserrimi, erano differenziati secondo l’anzianità e poi tra maestri e maestre e, ancora, tra chi insegnava nelle classi maschili e chi invece in quelle femminili. Per non parlare poi del trattamento pensionistico: Carlotta Clerici, tra le fondatrici della sezione femminile della Camera del Lavoro milanese e, con Argentina Altobelli, prima donna a entrare in un organo istituzionale dello stato dell’importanza del Consiglio Superiore del Lavoro, non riuscendo a campare con la pensione di direttrice delle scuole comunali, fu costretta a tornare al servizio attivo fino alla morte avvenuta a 73 anni.

Tra il 1906 e il 1909, Abigaille completa il percorso che la porterà dalle posizioni umanitarie di ispirazione religiosa al socialismo. Come per molti, il suo socialismo ebbe una fortissima impronta filantropica e altruistica, una estrema attenzione agli aspetti educativi, alla solidarietà cooperativa e mutualistica e alla laicità, una ferma coerenza di principi spinta al punto di pagare di persona.
Nel 1909, si iscrive alla gloriosa Lega per la Tutela degli Interessi Femminili, disciolta nel 1898 e poi ricostituita, dove entra in contatto e lavora con Anna Kuliscioff, Linda Malnati e Carlotta Clerici. L’anno prima si era svolto a Roma il I Congresso delle Donne italiane e la questione femminile iniziava a conquistare faticosamente i primi spazi all’interno del dibattito politico. Nello stesso anno, Ille partecipa al V Congresso Nazionale della Previdenza di Macerata, dove relaziona sulle casse di maternità, e si iscrive alla Lega delle Cooperative. Nel 1910, prende la tessera socialista, presentata dalla Kuliscioff. Entra nella redazione della “Difesa delle Lavoratrici”, è attiva nell’Università Popolare, nei Ricreatori Laici, contrapposti alle attività confessionali degli oratori, e nelle Biblioteche Popolari, è molto apprezzata come oratrice. Nel 1912, viene eletta nell’esecutivo della Camera del Lavoro milanese. Nel 1913, si tengono le prime elezioni a suffragio universale maschile e Abigaille è inviata dal partito come propagandista nel Polesine dove lavora con un giovane avvocato di cui conserverà sempre un vivo ricordo: Giacomo Matteotti.

La guerra segnò una svolta decisiva nella vita e nella militanza di Abigaille che assunse e mantenne una decisa e coerente posizione antinterventista e antimiltarista. Conobbe Mussolini e ne avversò decisamente la scelta interventista, né si confuse con l’ambiguità dei molti socialisti che, dietro alla sibillina parola d’ordine del “né aderire, né sabotare”, finirono col dare un contributo attivo allo sforzo bellico e a quella che papa Benedetto XV definì “l’inutile strage”. Ille non tollera opportunismi né mezze misure e così si dimette per protesta sia dal Consiglio dell’Università Popolare sia dalla redazione della “Difesa delle Lavoratrici” e rifiuta con gesto di grande coraggio e di aperta sfida la nomina nel Comitato di Assistenza per la Guerra di Milano. Continua la sua opposizione nell’Unione Magistrale durante il Congresso di Bologna del 1916. Nel 1917, delegata al Congresso Socialista di Roma, si schiera sulle posizioni internazionaliste di Giacinto Serrati. Tuttavia, il suo pacifismo più nobile si espleta nell’aula scolastica, dove il lavoro di Ille è saldamente guidato e ispirato dal quel concetto di “onestà pedagogica”, di cui parla in una bellissima lettera, e dalla volontà di rispettare la libertà, i livelli di coscienza e di capacità critica degli alunni.
Per tutto questo, è accusata di disfattismo, subisce intimidazioni, minacce, perquisizioni e arresti. Dall’aprile del 1918, è inviata al confino a San Demetrio Ne’ Vestini (L’Aquila). Dal maggio 1918 fino al novembre 1918, viene direttamente trasferita al carcere a San Vittore.

Purtroppo, è l’inizio di una stagione di persecuzione politica che durerà per tutto il resto della vita di Abigaille. Nel 1919, inizia l’azione squadristica a Milano. Viene assaltata e incendiata la sede dell’ “Avanti!” e le squadracce sparano contro le manifestazioni operaie. Ille, in questi difficili momenti, ricopre incarichi dirigenti nel Partito Socialista e lavora alla costruzione del Sindacato Magistrale Italiano aderente alla CGIL. Non prende parte alla frazione comunista, né alla scissione di Livorno del 1921 e si schiera con la sinistra socialista di Serrati e Maffi, divenuta poi nel 1923 frazione “terzinternazionalista”, favorevole all’unificazione col PCd’I. Si prodiga sia per la costituzione dell’Internazionale della Scuola, partecipando clandestinamente ai congressi del 1925 a Bruxelles, del 1926 a Vienna e visitando l’Unione Sovietica, sia per la diffusione dell’Esperanto, fondando il Gruppo Esperantista Proletario.
Nel mese di febbraio del 1927, si consuma la più vigliacca vendetta dei fascisti contro questa donna coraggiosa e ormai sola e indifesa. Abigaille Zanetta viene sollevata dal servizio con un provvedimento del podestà di Milano Ernesto Belloni, licenziata e privata di quel lavoro che per lei era necessario non solo come fonte di sostentamento economico ma anche come ragione di vita. Nel giugno 1927, è arrestata e tradotta a San Vittore, con l’imputazione di essere attiva nel Soccorso Rosso. Esce di prigione dopo sei terribili mesi di carcere preventivo a dicembre assolta dalle accuse ma irrimediabilmente menomata nel fisico. Da allora non si riprenderà più. Continua, per quanto le sia possibile, a prodigarsi per i pochi compagni rimasti e per le vittime politiche del fascismo, perseguitate come o più di lei. Con la nuova guerra, lascia Milano e si ritira a Borgosesia con Erminia. Qui, muore a seguito di un intervento chirurgico il 29 marzo 1945, a pochi giorni dalla Liberazione. Dopo la morte, furono aperti il suo testamento morale e quello politico, inoltrato alla direzione dell’allora PCI.

La sinistra ha un debito di memoria nei confronti di Abigaille Zanetta. A lei, Bruno Fortichiari (1892-1972), che fu compagno di lotta negli anni più difficili, e Mario Malatesta hanno dedicato un profilo biografico, dal quale sono in gran parte tratti questi appunti, edito a Milano nel 1948. Le è stata intitolata una via a Roma, nel quartiere giuliano-dalmata, a sud della città tra la Laurentina e la Cecchignola. L’INSMLI conserva il suo epistolario, raccolto dalla sorella Erminia Zanetta e ordinato nel 2002 dal dr. Carlo Milani. Si può dire che abbiano incontrato il suo nome e la sua opera gli studiosi che si sono accostati a vario titolo ai grandi temi delle origini del movimento femminile in Italia, delle lotte e dell’organizzazione della categoria magistrale e della storia della sinistra socialista e comunista milanese. Nel 2007, su di lei, si è tenuta a Milano una conferenza di Carlo Antonio Barberini, organizzata dal Centro Filippo Buonarroti e dall’Unione Femminile Nazionale.
Manca ancora uno studio d’insieme sulla sua personalità e sulla sua opera, ma soprattutto manca la capacità di riflettere sui nodi che la dura esistenza di Ille propone con forza in questi momenti difficili per il movimento operaio e per la sinistra: per esempio, il significato di una militanza, anche a livello dirigente, che trovava alimento e ragione di essere prima di tutto nel recarsi sul posto di lavoro ogni giorno e non in privilegi di ceto politico, stipendi di funzionari e incarichi istituzionali. Per esempio, il valore della coerenza e della solidarietà di classe. Per esempio, il senso profondo della laicità che certa sinistra sembra ormai aver dimenticato, gettato alle ortiche o appeso al cilicio della Binetti.
E molto altro.

[Angelo Vecchi, giugno 2009]

È stato celebrato presso la Sala del Porto di Genova il rito funebre del compagno Paride Batini. Niente messa, solo un semplice saluto e una benedizione impartita da don Andrea Gallo, il fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto, un prete come ce ne sono pochi, che è sempre stato dalla parte degli ultimi, un uomo giusto con cui Paride ha condiviso i momenti più duri della lotta. Attorno, i portuali, i camalli genovesi, a cui Batini ha dedicato un’intera esistenza, che si sono fermati per rendergli l’ultimo saluto.
Era nato nel 1934 a Vicopisano e, ancora bambino, si era trasferito con uno zio nei quartieri dei camalli di cui aveva imparato la lingua e la fatica, lasciando la scuola e iniziando a dieci anni a caricare e a scaricare sui moli. Per 17 anni era stato ...continua a leggere "È MORTO IL COMPAGNO PARIDE BATINI / Reprint"

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