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UNA PIASSA “GRANDA” COME IL CUORE PARTIGIANO

Per valsesiani ma non solo, l’ultimo libro di Alessandro Orsi sulla “Piassa Granda” di Borgosesia. Come ha dimostrato Mario Isnenghi nel suo saggio del 1994, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, la piazza può rivelare aspetti determinanti, a volte non altrimenti visibili, della vita sociale, dello sviluppo economico e dello stesso scontro di classe. In Italia, questo spazio urbano, antica eredità dell’agorà greca, si configura negli ultimi due secoli come il luogo pubblico della lotta politica dove alle trasformazioni nell’uso della piazza si accompagnano cambiamenti profondi della società e della vita civile. Questa considerazione ha valore non solo per i centri maggiori ma anche per aggregati più piccoli come Borgosesia. Qui, la Piassa Granda non è stata solo centro di riti collettivi, come quello carnevalesco del Mercu scurot, oppure di aggregazione sociale ma anche punto di riferimento per la popolazione e l’economia di una parte rilevante di una valle alpina come la Valsesia.

Orsi ci conduce in un andirivieni di vicende, storie personali e collettive che si sono dipanate dal corpo animato della piazza per farvi puntualmente ritorno come in una matassa senza fine. Il libro si concentra sul Novecento, prendendo le mosse dai riflessi locali della tragedia della Grande guerra imperialista (a cui l’autore aveva dedicato il precedente Affonda la verde gioventù del 2015), cioè, nel 1922, l’inaugurazione del monumento ai caduti, che diventa la scena teatrale delle rappresentazioni nazionaliste e delle adunate militariste per tutto il periodo fascista. In realtà, accanto alla città del “consenso” al regime, ferve una ricca e articolata attività clandestina che viene solo in parte individuata nel 1938, quando sono scoperti e tradotti davanti al Tribunale speciale fascista i componenti del cosiddetto gruppo Erba.

Quel sangue tanto celebrato dalla delirante retorica del regime per più di vent’anni, improvvisamente si materializza nel 1943, dopo il 25 luglio e dopo l’annuncio dell’armistizio. La Piassa Granda diventa allora la piazza offesa e insanguinata. La piazza sul cui suolo giacciono i corpi dei martiri, abbandonati sotto la pioggia. La piazza della materia cerebrale spappolata di una delle povere vittime, immagine che ritorna ossessivamente negli incubi e nei ricordi delle persone che si trovarono in quel luogo in quel momento, molti dei quali erano allora bambini. Fu questa la piazza dei sei mesi del terrore sparso dai delinquenti fascisti del battaglione, poi legione, “Tagliamento” che, appena giunto in città, si annunciò al popolo valsesiano con l’eccidio del 22 dicembre 1943, dieci fucilati dopo una giornata e una notte di inenarrabili torture: Enrico Borandi, Adelio Bricco, Mario Canova, Giuseppe Fontana, Emilio Galliziotti, Angelo Longhi, Silvio Loss, Giuseppe Osella, Renato Rinolfi e Renato Topini.

Ma la “Granda” è anche la piazza della riscossa, della lotta armata contro repubblichini e tedeschi, della Resistenza tenace e vincente, della 81a e 82a brigata garibaldina, intitolate a due dei fucilati –  Osella e Loss –, della generosa e sfortunata battaglia del 16 marzo 1945,  del Monte Rosa che scende a Milano, di Cino Moscatelli e della Liberazione.

La ferita inferta alla città dalla barbarie nazifascista non si rimargina facilmente in un dopoguerra difficile, disseminato di miseria, disoccupazione, durante il quale si torna addirittura a emigrare e la valle lentamente si spopola. La guerra fredda porta con sé il vento gelido del potere democristiano, della sovranità limitata, del Patto atlantico, della restaurazione dell’arbitrio padronale in fabbrica, della persecuzione dei sindacalisti, degli attivisti politici di sinistra e degli stessi partigiani. Protetto dall’ombrello di un rozzo e fanatico anticomunismo, il passato trova modo di ritagliarsi uno spazio politico e il neofascismo tenta di rialzare la testa. L’epurazione, come i gamberi, cammina all’incontrario e, per esempio, nella polizia, mentre gli ex partigiani vengono massicciamente espulsi, ritornano repubblichini e vecchi rottami del regime. Con l’amnistia immediatamente successiva alle elezioni del 2 giugno 1946, escono dalle galere fior di assassini e di delinquenti. Poco prima delle elezioni del 18 aprile 1948, vengono restituiti ai fascisti i beni sequestrati e, nell’apparato dello stato, sono pienamente reintegrati gli “ex” che recuperano arretrati, posti, carriera e arroganza: anzi, per il concomitante pensionamento delle vecchia guardia giolittiana di funzionari e impiegati, avanzano di grado.

I criminali della “Tagliamento”, come quelli della “Muti”, della “X”, delle brigate nere, delle ss italiane, la fanno franca. Alcuni, aiutati dalla trafila clandestina neofascista, a cui non furono estranei né il Vaticano né gli alleati occidentali, riparano all’estero, il più delle volte in Spagna, in Portogallo oppure in America latina e in Argentina. Il processo si apre nel 1952, quasi dieci anni dopo i massacri, al Tribunale militare di Milano con quasi tutti gli imputati contumaci e si conclude con poco o nulla di fatto. Una vergogna. Lo scorso anno, nella Val Seriana martoriata dalla pandemia, l’ “Eco di Bergamo”, giornale di proprietà della curia, pubblica il necrologio dei repubblichini della “Tagliamento” fucilati a Rovetta, giustificandolo come atto di pietà per la giovane età di alcuni di loro! A vergogna si aggiunge vergogna.

La stessa vicenda della Torre campanaria a ricordo dei caduti e dei martiri, inaugurata nella Piassa Granda il 22 dicembre 1946, risente del mutato clima politico pur rappresentando un baluardo morale, il centro ideale della memoria resistenziale e della coscienza antifascista per l’intera valle.

Il libro di Orsi nasce alla confluenza di due potenti stimoli intimamente connessi: da una parte, i pressanti inviti dei protagonisti degli eventi a raccontare la verità storica e, dall’altra, la sua esperienza di docente, «perché – come dicevano i vecchi partigiani – se uno di mestiere fa l’insegnante di storia si deve dar da fare per scrivere le vicende storiche» e raccontare le nostre «piccole ma esemplari storie».  Dunque, un libro che non solo è un atto d’amore di un valsesiano nei confronti della propria terra, ma è anche un saggio di microstoria su di una piccola città, che come altre migliaia ha contribuito alla formazione della coscienza civile e antifascista del Paese, e una riflessione preziosa sull’uso pubblico della memoria che restituisce ai fatti storici la loro complessità e profondità: insomma, una boccata di ossigeno in un’epoca dalle menti contagiate dai virus dell’indifferenza, della falsificazione storica, del negazionismo e revisionismo neofascista.

 

 

Alessandro Orsi, La Piassa Granda, Borgosesia, Idea Editrice, pp. 208

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