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RANIERO PANZIERI, CENTO ANNI DOPO

Panzieri in Sicilia durante l'occupazione delle terre (1950)

Il 14 febbraio1921, nasceva a Roma Raniero Panzieri. È occasione utile, questa del centenario, per ricordarlo e, soprattutto, per tornare a leggere e meditare le sue opere. A causa delle leggi razziali, Panzieri non poté completare gli studi ed entrò in contatto con la rete clandestina antifascista della capitale. Nel 1945 si iscrisse al PSI, all’interno del quale militò per un lungo periodo. L’anno seguente, ricoprì la carica di segretario dell’Istituto di Studi socialisti di Rodolfo Morandi e nel 1949 si trasferì all’Università di Messina per insegnare Filosofia. Furono anni difficili, caratterizzati dalla guerra fredda, dal dominio politico della DC, sostenuta dalla chiesa, ma anche da imponenti lotte di massa che, in Sicilia, ebbero come momento culminante l’occupazione delle terre da parte di braccianti e contadini poveri. Panzieri prese parte al movimento conducendo al tempo stesso un intenso lavoro sugli scritti di Marx che lo portarono, qualche anno dopo, alla pubblicazione della traduzione del secondo libro del Capitale. Nel 1953 fu chiamato a far parte del Comitato centrale del Partito socialista e nel 1956 assunse la direzione della rivista “Mondoperaio” che mantenne fino al 1959, anno del suo trasferimento a Torino. Qui lavorò presso la casa editrice Einaudi fino al 1963 quando venne licenziato con Sergio Solmi. Entrambi avevano sostenuto la pubblicazione del libro di Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino che invece Einaudi non riteneva funzionale alla sua linea editoriale e di mercato. Questo contrasto fu anche il risultato del contatto di Panzieri con la realtà operaia del nord e con le trasformazioni del capitalismo e della classe operaia. La realtà della Fiat e della fabbrica moderna, i rapporti con la Fiom e con l’organizzazione dei lavoratori furono alla base della fondazione, con Mario Tronti e altri, della rivista “Quaderni rossi” e, nel 1963, della rivista “Classe operaia”. Questa appassionata militanza politica e culturale s’interruppe improvvisamente il 9 ottobre 1964 con la morte di Panzieri.

Panzieri è considerato uno dei teorici dell’operaismo. Tuttavia, i confini del suo pensiero e della sua attività politica furono ben più ampi di quanto l’etichetta possa far pensare. Panzieri fu prima di tutto un intellettuale scomodo, un «eretico testardo» come qualcuno lo definì, capace, nella complessa e tempestosa stagione preparatoria delle grandi lotte degli anni ’60-’80, di richiamare l’attenzione su nodi fondamentali del movimento operaio e della sinistra quali, per esempio, il rapporto tra partito e classe, quello tra cultura e politica e la natura scientifica del pensiero marxista. Dell’eredità politica di Panzieri, che attraversò un periodo di crisi e di riflusso del movimento operaio per alcuni aspetti simile a quello odierno, rimangono di particolare attualità alcune riflessioni. La prima riguarda la forma del partito, sempre necessario e irrinunciabile, ma da depurare dagli aspetti burocratici e autoritari. La seconda è relativa alla partecipazione e alla democrazia diretta da costruire attraverso nuovi organismi di base (che in quegli anni furono le assemblee, i delegati di reparto e i consigli di fabbrica). La terza è rappresentata dalla critica della neutralità della tecnologia e dell’innovazione, una critica resa oggi ancora più stringente e necessaria dallo sviluppo degli strumenti digitali di comunicazione di produzione. L’ultima, forse quella più impellente, il bisogno di analizzare scientificamente la realtà, tornando a fare inchiesta e conoscere le esigenze e l’identità delle classi popolari, oggi più che mai oppresse dalla crescita abnorme delle diseguaglianze economiche e sociali provocate dal neoliberismo.

 

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