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EVVIVA IL COMUNISMO!

Cento anni fa, a Livorno, i delegati della frazione comunista abbandonarono il Teatro Goldoni, dove erano in corso i lavori del XVII Congresso del PSI, e, alle ore 11, si ritrovarono al Teatro San Marco. Durante la guerra da poco conclusa, l’edificio era stato requisito, trasformato in deposito militare e quindi era stato abbandonato, cadente e col tetto danneggiato in più punti. Qui, fu fondato il Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale di Lenin e fu eletto il suo primo esecutivo formato da Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Ruggero Grieco, Luigi Repossi e Umberto Terracini.

Di questa storia i mezzi di comunicazione continuano a fornire una narrazione falsa e zoppa, prodotto sicuramente della demenza e del tracollo culturale di questo Paese ma anche della coltre di oblio che i comunisti del «partito nuovo» di Togliatti hanno disteso sulle loro stesse origini. Per fare un esempio, il senatore Giovanni Brambilla, intervenendo in una conferenza sulla fondazione del partito comunista tenuta alla festa provinciale de “L’Unità” di Milano, denunciava: «Il ritardo con cui ci si è accinti a questo nostro impegno ha provocato danni molto seri dovuti alla dolorosa scomparsa di tanti bravi compagni».  E qui, Brambilla elencava i nomi di numerosi comunisti deceduti in quegli anni e, curiosamente, dimenticava, tra i molti, anche quello di Luigi Repossi, il Gin, straordinaria figura di operaio del Ticinese, fondatore del partito e uno dei suoi massimi dirigenti nazionali, morto a Milano il 4 febbraio 1957. Alla fine, il conferenziere concludeva: «Occorre se vogliamo fare qualcosa di serio accelerare i tempi. Per questo facciamo appello ai compagni perché dedichino maggiore impegno nell’opera di ricerca, che deve essere ispirata ad una concreta ricostruzione dei fatti e avvenimenti». Queste parole furono pronunciate nel 1980, sessant’anni dopo! Quanto da allora i famosi tempi siano stati accelerati e quanto l’impegno nella ricerca sia stata serio e concreto, s’incaricò di dimostrarlo la svolta della Bolognina di nove anni dopo. Infatti, il compito auspicato da Brambilla fu portato a termine proprio nella maniera più scrupolosa e rigorosa possibile: cancellando la memoria e recidendo completamente le radici del partito comunista!

Or dunque, se, per quasi settant’anni, non hanno voluto conservarne memoria gli eredi ufficiali del PCd’I, per quale motivo dovrebbero resuscitarla gli opinionisti improvvisati, i sacerdoti del pensiero unico neoliberista, i pennivendoli del “Corrierone” o della “Repubblica” oppure i mezzi busti televisivi o ancora gli innumerevoli imbrattatastiere che appestano il web? Anche da questo complesso di circostanze derivano appunto la falsità e la zoppia con cui è narrata la storia del comunismo italiano.

Per esempio, il PCd’I nasce il 21 gennaio 1921 (in realtà, la struttura del partito era già in costruzione almeno dal congresso di Imola), ma pare essere inesistente per i primi cinque anni, per ricomparire magicamente col Congresso di Lione e con l’istituzione della carica di segretario che l’Internazionale affidò a Gramsci. Eppure, dal 1921 al 1926, il partito scese da oltre 42mila iscritti a poco più di 15mila tesserati. Che fine hanno fatto i 27mila mancanti? La risposta è molto semplice: la più parte è stata massacrata dai fascisti e dagli apparati repressivi dello stato, è caduta vittima di assassini, aggressioni, licenziamenti, persecuzioni dei loro famigliari e amici, vessazioni, distruzioni dei loro poveri patrimoni, umiliazioni personali, processi, incarcerazioni a causa di cui moltissimi hanno dovuto, per salvare la vita e per lavorare, abbandonare tutto ed espatriare. Ci fu a partire dal biennio nero 1921-’22 una guerra civile, “italiani contro italiani”. In questo modo la chiamò Mussolini: una guerra civile. Eppure, quelle anime candide che senza pudore paragonano la Resistenza a una guerra civile, si guardano bene dal riconoscere che la presa del potere da parte del fascismo sia stato il risultato di una guerra civile asimmetrica di “coraggiosi” italiani, armati coi soldi degli agrari e degli industriali, contro “vili” italiani, disarmati e indifesi. Ecco, dove si trova, in Italia, il sangue dei vinti. Il PCd’I non fu un partito nazionale come il PSI. Nacque come sezione di un partito mondiale in formazione che era l’Internazionale leninista, ritornando in questo alle radici del movimento operaio italiano che muoveva i suoi primi passi come articolazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori di Marx e Bakunin. Il PCd’I trovò la sua ragione di essere in un grande progetto collettivo di trasformazione della realtà figlio della Rivoluzione d’ottobre, destinato, prima, a rifluire e, poi, a rinchiudersi nella “costruzione del socialismo in un solo paese”. Eppure, la vulgata corrente è che il PCd’I nacque come costola di uno stato straniero, l’URSS, che fu fondata… il 30 dicembre 1922, due anni dopo. E si potrebbe continuare a lungo.

Come la democrazia risorgimentale, come il socialismo, come la Resistenza e la lotta partigiana, come la primavera del ‘68 anche la storia del comunismo rappresenta per questo Paese un’eredità perduta, una buona eredità perduta. Non così per noi che la ricordiamo, la rivendichiamo con orgoglio, con rispetto per i sacrifici immensi dei padri, e che «Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

 

Evviva il comunismo!

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