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IL MONTANELLI IMBRATTATO

Non si è ancora del tutto spenta l’eco delle polemiche sul monumento dedicato a Indro Montanelli e “imbrattato” dalla Rete studenti. Se non altro, dato il suo aspetto piuttosto funereo, per alcuni giorni, qualche milanese avrà potuto risparmiare agli occhi una visione mesta e di tristi significati onusta.

Per l’onore del sor Cilindro, non badarono a spese e fu scelta una fusione nobile, il bronzo dorato, un materiale simile a quello utilizzato per l’imperiale Marco Aurelio del Campidoglio. La statua fu inaugurata a Milano, nel vivo della campagna elettorale del maggio 2006, dal sindaco Gabriele Albertini, allora a capo di una giunta comunale di destra formata da Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega e Udc. Erano passati solo cinque anni dalla morte del sor Cilindro. Pochini, se pensiamo che personaggi o fatti o luoghi storici ben più significativi giacciono da lungo tempo dimenticati e attendono ancora una dignitosa collocazione nella memoria pubblica. Per di più, si strombazzò in quei frangenti che quella sorta di cenotafio rappresentasse un omaggio alla “milanesità” di Montanelli: proprio lui, che era nato a Fucecchio, nell’area metropolitana di Firenze, nel 1909.

Quel gesto, in realtà, non fu altro che un episodio di una sporca offensiva ideologica e politica, tutt’altro che conclusa, tesa a riabilitare e valorizzare personaggi più o meno famosi e più o meno gravemente compromessi col nazifascismo per riscrivere la storia del nostro paese. Montanelli fu fascista. Aderì in età matura al regime con entusiasmo e convinzione. Partecipò alle guerre coloniali. Ricoprì di allori dorati il massacro di un popolo cristiano, come quello etiope. Negò fino allo spasimo l’impiego da parte dell’esercito italiano delle armi chimiche di distruzione di massa contro un nemico inconsistente in confronto alla superiorità militare e tecnologica dell’invasore. Incoronò la sua presunta superiorità razziale “sposando” e stuprando una bambina di dodici anni. Di tutto il resto, tacciamo. Montanelli non ebbe bisogno di diventare revisionista perché non rinnegò mai il passato. Anzi, lo rivendicò con orgoglio, con parola imaginifica, con penna fine e lingua biforcuta. E di questa sua arroganza barocca si è poi nutrito il revisionismo meschino e straccione che impazza sui media mainstream.

Quel monumento nei giardini di via Palestro fu un atto di propaganda elettorale. Fu un consapevole gesto divisivo. Fu una provocazione. Rimane una vergogna. Non basta aver avuto il dono della scrittura e della retorica, e ci vuole ben altro che aver litigato una volta con Berlusconi per diventare un campione di moralità e di democrazia. Questo lo comprende chiunque.

In ogni caso, un ricordo incancellabile di Montanelli noi lo abbiamo già. È un ricordo duro come il granito delle nostre montagne: il monumento a Mario Motta, massacrato dai fascisti sulla strada che va da Bolzano Novarese a Novara il 16 novembre 1944. I fratelli Galileo, “Leli”, e Mario Motta erano tra i collaboratori più attivi delle formazioni partigiane che operavano nell’area cusiana, tra il Lago Maggiore e la Valsesia e, in particolare, del gruppo guidato dal “Capitano” Filippo Beltrami. Mario e Leli diedero ospitalità Montanelli nelle loro case di Pella e Orta. Il sor Cilindro, infatti, proclamava di volersi unire ai partigiani della montagna. In realtà, era stato costretto a fuggire da Milano dove era ricercato dai repubblichini come un traditore ed era completamente isolato dagli antifascisti che non avevano la minima fiducia in lui per i trascorsi politici e per la totale inaffidabilità. Aiutato pietosamente da amici e conoscenti, Montanelli, alla fine, trovò riparo nella villa Motta di Pella dove aspettava con tutto comodo che i partigiani lo venissero a prendere in… automobile. E magari anche con la banda musicale. In realtà, il Cilindro sul lago d’Orta stava benone. Rifioriva. Mangiava tutti i giorni. Stava al calduccio. Dormiva in un comodo letto. Se ne stava fermo, in un momento in cui muoversi e in fretta poteva fare la differenza tra la vita e la morte. Passeggiava sul lungolago godendosi il paesaggio e, ovviamente, facendosi notare da tutti. Si permetteva qualche gitarella in barca. Scriveva alla moglie di raggiungerlo. Il biglietto finì nelle mani della polizia e invece della moglie, il 5 febbraio 1944, arrivarono a Pella i nazifascisti. Montanelli e Mario Motta furono arrestati e tradotti nelle carceri del Castello di Novara.

La responsabilità di Montanelli nell’arresto di Mario Motta fu personale e diretta. Incontestabile. Quell’arresto fu causato dalla sua imprudenza e dalla sua colpevole incoscienza. Senza contare che, in quei frangenti, solo un imbecille o una spia potevano comportarsi come lui si era comportato. Le conseguenze furono ancora più tragiche. La formazione di Beltrami, rimasta senza il prezioso punto di riferimento dei Motta, fu massacrata a Megolo il successivo 13 febbraio 1944. Mario Motta, “bruciato” dall’arresto, fu scarcerato e, con l’arrivo nel capoluogo del boia Vezzalini, nuovamente arrestato e massacrato dai fascisti sulla strada che va da Bolzano Novarese a Novara il 16 novembre 1944.

Montanelli fornì diverse versioni dei fatti dell’inverno del 1944. Una più lunga dell’altra. Una più confusa dell’altra. Una più falsa dell’altra. Campione di bifrontismo, questa fu la sua coerenza morale e questa fu la sua “resistenza” insanguinata, passata in villa tra cibi nutrienti, quando i più soffrivano la fame, tra lenzuola pulite, quando i partigiani dormivano per terra, se andava bene, sulla paglia, in mezzo a un profluvio di parole raffinate e di subdole intenzioni.

Mario Motta era un industriale come il padre Giacinto, il capitano della Edison, il colosso dell’industria idroelettrica italiana. Non abbiamo bisogno di eroi borghesi, ma è certo che teniamo ben ferma la differenza tra il bronzo dorato dei giardini di via Palestro e la dura pietra delle nostre montagne sulla quale è impresso per sempre il nome di Mario Motta.

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