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L’ITALIA L’È MALADA

« L’Italia l’è malada », cantavano i contadini padani durante la rivolta de La boje! È trascorso quasi un secolo e mezzo da quelle lotte agli albori del movimento operaio italiano, ma le condizioni di salute del paese non accennano a migliorare. C’è il coronavirus, ma seguita a circolare un’infezione peggiore: la ricerca spasmodica del profitto a ogni costo imposta dal credo neoliberista. E tra le due forme di contagio si è subito stabilito un circolo vizioso: una alimenta l’altra, stritolando le classi subalterne.

Non è vero che le epidemie colpiscono tutti allo stesso modo. In una società di classe, anche i microbi portano irrimediabilmente il marchio dell’ingiustizia sociale. È sempre stato così. Quando, dalla Cina all’Europa, per migliaia di chilometri, passò la falce devastante della peste nera, furono i servi, i contadini poveri, le plebi urbane a pagare i costi maggiori in termini di vittime (la sola Europa perse circa un quarto della sua popolazione!), di carestie e di indicibile miseria. Così come è vero che diversi sistemi economici e politici non hanno la stesso impatto sullo sviluppo delle grandi ondate epidemiche. Una società squilibrata, percorsa da  profonde spaccature, ammalata nei rapporti tra le classi, così come nei corpi dei suoi componenti, contiene in sé le condizioni le più favorevoli per la massima e rapida propagazione degli agenti infettivi. Nel Bronx si vive molto meno e molto peggio che a Manhattan e l’epidemia ha colpito molto più duramente, doppiamente, i poveri che vivono al di là del fiume Harlem rispetto al vicino cuore finanziario di New York e dell’impero statunitense.

A differenza della peste, il coronavirus, per quanto finora vediamo, appare molto meno aggressivo, ma il suo potenziale distruttivo è stato ed è moltiplicato dalla globalizzazione, dall’impressionante degrado dei gruppi dirigenti, dall’arretramento culturale e civile al quale abbiamo assistito in questi decenni, dalla desertificazione dello stato sociale, dalle condizioni sempre più precarie in cui si trova non il pianeta ma la sua biosfera.

 

La globalizzazione. Come le radiazioni nucleari, le malattie non conoscono nessun confine. Sono per natura scatenate e globali. Eppure, non c’è stata la capacità del sistema di combattere il coronavirus nell’unica maniera efficace: un governo e un coordinamento internazionale degli interventi. Ogni stato ha messo il lucchetto al cancelletto del proprio giardino di casa nella stupida convinzione di essere risparmiato. Non solo, ma l’unico parziale strumento disponibile, l’OMS, fondata nel 1948, è stato reso inutilizzabile dall’uso politico che le maggiori potenze, e in primo luogo la dissennata presidenza Trump, hanno fatto dell’epidemia, utilizzata come arma per colpire i mercati concorrenti nella competizione globale in corso.

 

Il degrado dei gruppi dirigenti. La putrescenza è generale. La classe vincitrice assoluta dello scontro sociale non è più in grado di selezionare e di esprimere una direzione politica efficiente. Dal 2008, l’economia mondiale è in crisi e l’epidemia non ha fatto altro che rendere più soffocante il tunnel senza uscita nel quale il neoliberismo ha imprigionato l’umanità. Bolsonaro, Trump, Orbán non sono grottesche maschere degne del teatro del Grand Guignol, non incarnano solo la riesumazione del cadavere decomposto del fascismo e del suprematismo bianco, ma rappresentano anche l’espressione estrema di una classe dominante che sta tragicamente esaurendo la sua funzione storica, ormai incapace di comprendere e dominare la realtà.

 

L’arretramento culturale e civile. Il coronavirus si è diffuso in un momento di fragilità della coscienza di classe, di disunione e frammentazione del proletariato e di decadenza della società civile. La ragione, con la quale la borghesia ha costruito il suo dominio, è diventata ormai un ostacolo nella guerra per la conquista dei mercati. Pustole razziste e nazifasciste, ideologie irrazionali e istanze antiscientifiche, ampliate dalla potenza della comunicazione digitale, hanno contagiato diversi settori dell’opinione pubblica. La stessa scienza, che proprio in questi momenti avrebbe dovuto fornire un saldo punto di riferimento, ha ancora una volta dimostrato di non essere neutrale e di essere ancella dei condizionamenti della tecnocrazia e del potere.

 

La distruzione dello stato sociale. Tra i fattori che hanno contribuito a virulentare il coronavirus, la distruzione dello stato sociale è quello che ha avuto il peso maggiore. Nessun sistema sanitario nazionale ha dimostrato di saper rispondere in maniera pronta ed efficace al contagio e di reggere la sfida dell’epidemia.

In Italia, il tanto decantato sistema lombardo è riuscito a stupire il mondo, questa volta, per la sua inadeguatezza. Per decenni, la destra ha governato quella regione smantellando i servizi territoriali di base, poco redditizi in termini di guadagno e di potere, per sviluppare una sanità specialistica e di “eccellenza” in grado di svuotare le casse dello stato e di rimpinguare i profitti del privato. Insomma, uno stato sociale al contrario che, invece di ridistribuire ricchezza, ha aumentato le diseguaglianze.

Oggi, a eccezione dei responsabili dello sfascio, tutti riconoscono questa elementare verità che, per decenni, la sinistra di classe ha sempre denunciato e combattuto. Oggi, ricordiamo anche l’inizio di questa disfatta che è stata, dal 1992, la trasformazione delle “unità” sanitarie locali, frutto parziale della lunga fase di lotte operaie e sociali degli anni ’60 e ’70, in “aziende” sanitarie. Negli anni Ottanta, c’erano 530.000 posti letto negli ospedali pubblici. Nel 2017, erano stati ridotti a 191.000, mentre, nello stesso periodo, la popolazione era cresciuta di quattro-cinque milioni di abitanti. Al momento dell’esplosione dell’epidemia, c’erano solo 5.000 posti di terapia intensiva, mancavano medici, infermieri e i reparti specializzati necessari.

 

Le condizioni della biosfera. Ci sarà modo di ragionare su altri fattori che hanno facilitato la diffusione del virus, ma le condizioni ambientali precarie, gli indici di inquinamento, la congestione del territorio, l’urbanizzazione selvaggia appaiono avere un ruolo tutt’altro che trascurabile. Non sarebbe dunque affatto casuale che, in Italia, l’area più colpita sia stata proprio quella settentrionale, il nord deindustrializzato, la megalopoli diffusa della pianura padana e delle grandi direttrici logistiche e commerciali.

La soluzione, sia ben chiaro, non può essere il semplice passaggio alla green economy. Nero o verde il profitto rimane tale con tutta la sua carica dirompente sui rapporti umani. Né può essere compatibile con gli equilibri della biosfera un cambiamento che rimanga all’interno della logica del capitale. Un simile riconversione richiederebbe, tra l’altro, una volontà di governo, un forte indirizzo politico, un controllo sul mercato, una capacità di pianificazione e di scelta strategica che non esistono e rappresentano un’insanabile contraddizione nei confronti del neoliberismo. Senza considerare il futuro andamento dei mercati finanziari, la green economy si ridurrebbe a una fase destinata a esaurirsi presto. Invece, è necessario uscire dal sistema: una green economy, certamente, ma socialista.

 

Quel che resta del giorno. L’emergenza sanitaria si è dunque abbattuta con l’impatto devastante di una guerra sulle fasce più deboli, oltre che sui lavoratori, su malati, disabili, anziani, donne, bambini, adolescenti e giovani, immigrati, senza casa. A causa dell’invecchiamento della popolazione, ha sterminato le generazioni della seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Uomini e donne che hanno incontrato la vita dura, i bombardamenti, i morti di una tragedia nella quale il nazifascismo aveva precipitato l’umanità. Uomini e donne che hanno ricostruito la società e l’economia italiana e hanno realizzato con le lotte quelle conquiste politiche e sociali smantellate a partire dagli anni Ottanta nel sacro nome del mercato e dell’impresa. Uomini e donne che, alla fine, si sono visti rivolgere dal pensiero unico dominante l’accusa di essere dei… privilegiati e di rubare con le loro sudate e spesso misere pensioni il futuro ai giovani che, ora, non possiedono più neanche il presente.

Questo stato non è riuscito a garantire nemmeno una dignitosa conclusione della loro esistenza. Agli altri, in questi mesi, ha offerto, oltre che uno spettacolo indecoroso di confusione e di inefficienza, un indigesto intruglio di nazionalismo – un bell’assist per i pruriti delle destre estreme –, un trito orgoglio di italianità ben presto smascherato dalle speculazioni più sordide e ciniche dei nostri soliti connazionali. Al patriottismo si sono uniti il militarismo, l’appello all’ union sacrée contro il microscopico nemico di tutti, un’abbondante rispolverata di confessionalismo e, dopo aver messo in ginocchio la sanità, una ipocrita retorica sul sacrificio e sull’abnegazione dei lavoratori della sanità.

Intanto, le fabbriche di armi non hanno cessato di produrre. Intanto, gli schiavi per i raccolti agricoli non si trovano. Intanto, il paese deve affrontare la cosiddetta “ripartenza” con un apparato produttivo devastato molto prima dell’emergenza dalla mancanza di politiche industriali, dalle cavalcate selvagge degli epigoni di Marchionne e dalla penetrazione delle mafie. Intanto, rimane un debito colossale che la nuova borghesia globale ha tutte le intenzioni di far pagare ai soliti.

 

In definitiva, il contagio ha messo davanti agli occhi di chi se n’era dimenticato il brutale carattere di classe di questa società, la sua fragilità e inadeguatezza. Il capitalismo neoliberista rappresenta ormai una minaccia per l’intera specie umana. La strada da percorrere è un’altra: la classe lavoratrice può difendere la propria salute solo da sé stessa. E la ricomposizione di un tessuto di solidarietà, a cui abbiamo assistito in questi mesi, può essere un buon punto di ripartenza.

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