Vai al contenuto

CLAUDIO CALIGARI E L’ODORE DEI FOTTUTI ANNI SETTANTA

Claudio Caligari con i suoi film è stato il cantore, inascoltato, delle generazioni perdute degli anni Settanta. Infatti, il decennio seguito alle grandi lotte operaie e studentesche del 1968-‘69 fu un periodo di reazione ferrigna. Si annunciò col rugginoso boato delle bombe di piazza Fontana. Il potere giocò tutte le carte, anche le più sporche e feroci, per difendersi e distruggere un movimento che appariva inarrestabile. Ci hanno messo un bel po’ di tempo e, alla fine, ci sono riusciti.

Una delle armi impiegate in quella battaglia è stata la droga. Chi ha attraversato quegli anni se lo ricorda bene. Prima, il dissodamento del terreno con l’importazione e la penetrazione delle cosiddette “culture alternative”; quindi, la crescita abnorme e il contemporaneo abbandono al degrado e alla disperazione sociale delle periferie urbane. Poi, improvvisamente, le droghe cosiddette leggere sono scomparse e il mercato è stato invaso dall’eroina. Si trovava ovunque, facile, accessibile, a buon prezzo, come se un manager invisibile avesse attentamente scelto il target e orchestrato una vera e propria campagna di marketing, di lancio e promozione del nuovo prodotto di consumo.

Le conseguenze sono state terribili e di lungo periodo. Con l’eroina, che ancora oggi nel silenzio generale continua a uccidere, le organizzazioni criminali hanno accumulato quella liquidità e quei capitali necessari per ramificarsi e per dare l’assalto agli appalti pubblici, al palazzo della politica e ai mercati globali. Con l’eroina è stato arato il terreno delle micidiali droghe sintetiche. Con l’eroina è arrivato l’aids e così è iniziata la semina della paura e dell’odio nei confronti del diverso. La dimensione collettiva si è andata frammentando, lasciando come unica via di scampo l’individualismo, il rintanarsi nel privato e le guerre tra poveri. Con l’eroina è andata perduta una generazione di giovani, l’ultima del baby boom prima che calassero le tenebre della denatalità. Quei giovani erano le energie fresche del Paese. Molti di loro erano proletari, compagni teneri, ribelli e straordinari.

Caligari fu il primo a raccontare questa tragedia, autore nel 1976 del documentario “Perché droga”, girato nel quartiere operaio di Mirafiori sud a Torino. Nel 1983, con ormai alle spalle una solida esperienza professionale nel campo del cinema indipendente, Claudio presentò alla XL Mostra di Venezia l’opera prima “Amore tossico”, che si avvaleva nella sceneggiatura della collaborazione del sociologo Guido Blumir. Il film parlava dell’arrivo dell’eroina in quella periferia romana cara a Pasolini. La lavorazione, più volte interrotta, fu il risultato di un contributo collettivo a cui presero parte gli stessi abitanti di Ostia da cui provenivano gli attori, secondo la lezione del neorealismo, persone comuni, di strada, e gli stessi “tossici” che aiutarono a ridurre le distanze tra la narrazione cinematografica e la realtà quotidiana del loro vissuto. Ancora oggi, a quasi quarant’anni di distanza, il film rappresenta un documento importante per comprendere il primo radicamento dei clan e dei poteri criminali di mafia capitale.

Nei primi anni Ottanta, il mercato della droga si era notevolmente allargato, le vittime erano in aumento (il picco sarà raggiunto nel 1991 con 1.383 morti “ufficiali”), ma, in un paese ormai inghiottito dal riflusso, acquistavano forza ipocrisie, sensi di colpa, code di paglia e rimozioni, insomma erano molti che non volevano nemmeno sapere e soprattutto non volevano che del fenomeno si parlasse. Di conseguenza, a Venezia, il cammino di “Amore tossico” si rivelò subito tutto in salita e ci volle tutto il “peso” di Marco Ferreri per rimuovere gli ostacoli e per portare il cinema di Caligari all’attenzione del pubblico e dei media.

Sembrava fatta. Invece, vari problemi impedirono la circolazione della pellicola che arrivò nelle sale un anno dopo e fu mal distribuita. Ignorato o stroncato dalla critica mainstream, ridotto a fenomeno di cronaca, bersaglio degli attacchi dei benpensanti, Caligari rimase emarginato dai circuiti cinematografici e fu messo nell’impossibilità di lavorare. Con questo esilio (il più crudele per lui che viveva di cinema), pagava il coraggio della sua denuncia, l’amore per l’indipendenza, l’onestà intellettuale e il suo impegno sociale.

Tuttavia, non sarebbe comprensibile la condanna all’isolamento e all’inattività di cui Caligari ebbe a soffrire per ben quindici anni senza tener conto dei ribaltoni che in quegli anni stravolsero il cosiddetto mondo dello spettacolo e i sistemi di comunicazione di massa. Mentre si andavano prosciugando gli ultimi spazi legati ai circuiti del movimento, l’esplosione della televisione privata e generalista andava togliendo terreno e aria al cinema. La “sfida” del mercato poteva tutt’al più generare dei cinepanettoni, gli unici in grado di reggere la prova del botteghino, mentre la tv spazzatura guidava un processo di imbarbarimento dei gusti e delle aspettative del pubblico, di svuotamento e di irresistibile degrado culturale, di desertificazione dei cuori delle nuove generazioni. Nel 1980,  con le trasmissioni di Canile 5, Berlusconi posa la prima pietra del suo impero mediatico. Del 1990 è la famigerata legge Mammì. Siamo in pieno craxismo, alle prove generali dell’ideologia neoliberista, al battage della “morte delle ideologie”, alla distruzione dell’uomo sociale profetizzata dalla Thatcher e alle guerre stellari di Reagan. Paninari e yuppies, provinciali rampanti, nuove destre sociali e leghisti rappresentano la punta avanzata di una piccola borghesia irrequieta che, dopo essersi per un attimo infatuata della rivoluzione, rientrava disordinatamente e rumorosamente nei ranghi delle proprie meschinità di classe e dei propri rancori antiproletari.

Caligari ha il coraggio di guardare avanti, di osservare e studiare i cambiamenti in atto, di non piegarsi e di cercare vie nuove senza abbandonare gli ultimi. Nasce in questo modo nel 1998 “L’odore della notte”, la storia della “banda dell’arancia meccanica”, ispirata a fatti di cronaca raccolti da Dido Sacchettoni nel suo romanzo del 1986. Il film riprende il filone poliziesco e narra le vicende di un gang di rapinatori che dall’estrema periferia sale nella città proibita dei quartieri della Roma bene per compiere le sue violente incursioni. L’interpretazione è affidata questa volta ad attori professionisti: Giorgio TirabassiMarco GialliniEmanuel Bevilacqua e Valerio Mastandrea.

Malato da tempo, il 26 maggio 2015, a 67 anni, Caligari muore appena terminato il montaggio del suo terzo e ultimo film “Non essere cattivo”. Nell’ultima edizione della Biennale di Venezia viene presentato il docufilm “Se c’è un aldilà, sono fottuto - Vita e cinema di Claudio Caligari”, un inno alla sua coerenza artistica e morale, un omaggio ai migliori di quella generazione che, sopravvissuti, non si sono piegati e, nella solitudine e nella disperazione, hanno continuato a ricercare e a combattere.

Ora sono tutti in piedi commossi ad applaudirlo. Come nei funerali delle vittime della mafia, anche quelli che ne avevano, in mille modi diversi, ucciso l’arte.

Pubblicazione non periodica a cura di ass. culturale Proposta Comunista - Maggiora (NO) - CF e PIVA 91017170035
Privacy policy

My Agile Privacy
Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione. Cliccando su accetta si autorizzano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su rifiuta o la X si rifiutano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su personalizza è possibile selezionare quali cookie di profilazione attivare.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy